Uno sguardo al cinema del terrorismo

Sono tempi in cui il cinema sembra molto interessato a indagare visioni post-apocalittiche, ossia alle macerie che rimangono dopo che è passata la piena catastrofica. Si guarda al the day after psicologico lasciato dal terrorismo, sia dal punto di vista dei carnefici, di cui spesso si prova a ricostruire la normalità, nella ricerca di una nuova vita di una seconda chance. Raramente si è guardato alle vittime del dovere, cioè quelle cadute nell’adempimento del loro dovere, i cui familiari, costretti a inseguire una causa di servizio, cercano di ottenere il giusto risarcimento dallo stato. Anche alle vittime però ogni tanto si dedica un’attenzione, che però rimane molto limitata, come dimostra il numero abbastanza esiguo di pellicole cinematografiche cadute durante la lotta armata. Certamente però la vicenda relativa ad Aldo Moro ha attirato ricostruzioni cinematografiche di tutti i tipi, per la drammaticità dei fatti, per il dramma delle vittime e per la complessità politica del periodo. Si è quasi voluto vedere secondo gli esperti di cinema in Moro la vittima delle vittime, quella che serviva all’opinione pubblica per farsi un’idea complessiva del terrorismo, a dimostrare che il punto più alto raggiunto dalle BR era la storia delle storie, con i suoi intrecci, la sua narrativa quasi calata dal più abile degli sceneggiatori.

A partire da “Il Caso Moro” il cinema ha sempre tenuto d’occhio le vicende dell’ex segretario della DC e più volte capo del governo, rendendosi conto che la figura dello statista pugliese, rileggendo anche la vasta pubblicistica a lui dedicata, ha suscitato un dibattito che si prolunga fino ai giorni nostri. In Moro si configura l’ideale dell’eroe che cade sotto i colpi del male, ma che riesce a vincere restando nella memoria e nelle idee del futuro. A Moro sono state dedicate anche fiction, il prodotto più gettonato al momento. Già 20 anni fa il cinema si era occupato del terrorismo come fenomeno endemico dell’Europa occidentale, la lotta armata in Germania, Gran Bretagna, Irlanda e Spagna. Ma anche il cinema americano, prima di interessarsi del terrorismo internazionale che stava iniziando a colpire nelle principali città, si era dedicato al terrorismo europeo, in particolare modo a quello italiano e quello irlandese. Si tratta di un film di qualità “L’Anno del Terrore”, sul quale però si insiste con il meccanismo del film di azione con venature della teoria del complotto, un background che riporta al cinema degli anni di piombo italiano, più che a quello di denuncia della stagione degli anni settanta in America (il cinema di Robert Redford, per esempio). Va detto che il cinema italiano di quegli anni, anche se di genere, era in grado di trasmettere quell’atmosfera cupa e violenta che spesso si respirava nelle strade delle principale città italiane. Nelle scelte americane c’è molto degli stereotipi con i quali gli americani giudicano gli italiani o presumono di indagare un periodo storico, senza la necessaria ricerca storiografica, che dovrebbe essere alla base del cinema di inchiesta. Il film stesso era interpretato da una giovane Sharon Stone ed è tra i peggiori della sua pur mediocre filmografia (con l’eccezione di Casino).