Il picco dell’arte italiana

raffaello-scuola-di-ateneA 500 anni dalla morte del Bramante, sono molti gli inviti a riscoprirlo e posizionarlo all’interno del Rinascimento italiano, in una posizione di preminenza, simile a quella occupata dai giganti Raffaello, Michelangelo e Leonardo. Allo scoccare del Cinquecento, quello che definiamo Rinascimento, si era già messo in marcia, per raggiungere un’apice molto più elevata di quella raggiunta dal Naturalismo del ‘400. Se da una parte le scoperte scientifiche del quindicesimo secolo – con gli studi anatomici e quelli sulla prospettiva a influenzare maggiormente la pittura – hanno levato dal cono d’ombra la natura e le sue bellezze, le sue dimensioni, col Rinascimento questa scoperta si estremizza, fino a diventare rilevante e quasi ossessiva. Dal pennello di questi nuovi artisti proviene una nuova visione del mondo e del paesaggio, insieme realistico e rarefatto. Mai come in questo momento la pittura si carica di personaggi vivi, credibili, il cui realismo spesso si sublima fino a toccare vette spirituali cariche di metafisica, come nel caso appunto di Bramante.

Questi nuovi protagonisti conoscono la pittura, ne studiano i segreti, imparano dal passato, sono disposti a discutere tra di loro, muovendosi tra le corti e i palazzi, le curie e i castelli, influenzandosi l’un con l’altro, costruendo una rete prima ancora di rapporti, di tendenze, tanto da far considerare un unicum lo splendore del nostro Rinascimento. I risultati perciò sono strabilianti. Ci sono città che diventano l’ombelico della cultura europea: un centro nevralgico dove si sperimentano nuove forme architettoniche, dalle quali si muovono in ogni direzione gli artisti, gli architetti, gli scultori, gli ingegneri. Da Firenze Bramante e Leonardo da Vinci muovono verso Milano. Quest’ultimo è il caso esemplare dell’uomo universale, il rappresentante classico dell’eccellenza del periodo. Nella Roma dei Papi approdano i due grandi Raffaello e Michelangelo, destinati a sfidarsi, con la loro contrapposta personalità. Il primo serafico e tranquillo, il secondo tempestoso e vulcanico. A Venezia abbiamo le sperimentazioni di Giorgione e di Tiziano, mentre il Correggio si muove tra Emilia e Toscana, col suo rinomato manierismo. La poetica della pittura e della scultura, dell’architettura e dell’urbanistica è fortemente spinta dalla politica del tempo: l’Italia è ancora per poco il centro del mondo, in quanto le rotte verso le Americhe sono state appena aperte e il Mediterraneo rimane la via marittima più trafficata. Ci sono corti, papi, signori, guerre, discordie, accordi. I maestri si spingono oltre anche spinti dall’urgenza e dai denari freschi di una nuova classe capitalista, che soppianta le vecchie strutture medievali.

Dal periodo classico, che si rifaceva ai canoni greci e a quelli imitatori dei Romani, si riprende il vigoroso concetto della Bellezza. Ma non un estetismo fine a sè stesso, quanto la voglia della borghesia si appropriarsi delle forme patrizie del passato, per consolidarle all’insegna di una nuova civiltà più aperta nel pensiero, nelle lettere e nelle forme. Il Papato non è immune da influenze: come centro motore della cultura esso ripropone gli standard classici, conservatori, che diano solide fondamenta alle esigenze spirituali della Chiesa. A questa tendenza classicheggiante si contrappone la maniera moderna di vedere il mondo, quella che identifichiamo nell’Umanesimo e che fa leva sulle innovazioni stilistiche prepotenti portate dal trio Leonardo, Raffaello e Michelangelo, che per perfezione supera la visione antica e si definisce come canone di perfezione riconosciuto ancora oggi. L’arte di questo periodo non è più infatti mera contemplazione o innamoramento di un ordine antico, impossibile da ottenere in una realtà mutevole e fortemente contrastata. E’ invece rappresentazione del mondo perfetta, ma di un mondo imperfetto, un mondo che soffre e che può essere raccontato in modi molto espressivi.