Perché facciamo la guerra

In giorni come questi, dominati da temi internazionali riguardanti il ricorso alla guerra in determinate zone del mondo, vien fatto di chiedersi: perché gli uomini fanno la guerra?

Una prima teoria è quella formulata da un gruppo di psicologi, chiamata Ipotesi del Maschio Guerriero, la quale suggerisce che i maschi si sono evoluti in questa forma violenta e bellicosa, al fine di procurarsi donne e altre risorse. Praticamente formare coalizioni belliche era una forma di conquista dell’altro sesso, un rituale di accoppiamento. Maggiore era il successo di questa colazione di guerra, migliori erano le possibilità di trasmettere i propri geni. Questa teoria riduce le cause della guerra – secondo i critici – all’appetito sessuale dei maschi. Tuttavia non finisce qui: il desiderio di procurarsi risorse veniva dalla necessità di provvedere alle famiglie e alla comunità. Secondo altri psicologi e antropologi la causa della guerra deriva da un reietto ancestrale degli ominidi e risale al tempo in cui la nostra specie era ancora allo stadio dei primati inferiori (le scimmie).

Un’altra teoria legge la guerra come una predazione. Come l’accaparramento di risorse con un istinto predatorio tipico degli animali. Riti e sacrifici che dipenderebbero dal fatto che abbiamo imparato a trionfare e vincere e che quindi siamo chiamati istintivamente a celebrare. La guerra è una difesa istintiva contro la predazione subita prima da altre specie, che abbiamo poi imparato a dominare e controllare. Un’altra teoria è quella dei falchi e delle colombe, sviluppata da alcuni scienziati e psicologi, che vede nella guerra un auto-convincimento della vittoria. I falchi pensano di poter vincere sempre e andiamo in guerra perché calcoliamo le nostre percentuali di vittoria superiori a quelle reali. Qui poi subentrano altre forme di pressione sociale. Come quella sulla coerenza: una volta intrapresa un’azione rimaniamo ancorati ad essa anche quando i presupposti che l’avevano scatenata risultano errati. La teoria del Rubicone, cioè del non tornare più indietro una volta che si è agito, è contigua a quella dei falchi e delle colombe.

Altre teorie guardano alla scarsità delle risorse e alla necessità di equilibrare la popolazione. Alcuni sociologi infine ritengono che la guerra sia un modello vincente e risoluto di politica. Cioè uno strumento con il quale i popoli, o meglio i loro leader, pensano di allocare meglio le risorse e i guadagni, per sé e per i loro gruppi. Ogni guerra è quindi uno strumento di negoziazione e pressione. Nei rapporti internazionali questa teoria sembra trovare fondamento. La guerra è una sorta di scorciatoia per risolvere conflitti politici sull’approvvigionamento delle risorse.