Il paradiso esiste o non esiste?

Il significato dell’Oltretomba e in particolare del Paradiso per popoli diversi da quello ebraico è molto importante e per questo non può essere circoscritto alla sola religione cristiana. La nozione di un posto dove tutto sia calmo, felice, riservato solo dopo la morte in realtà si trova in tutte le religioni. Non sempre però, come nel caso della religione cristiana, la felicità è dovuta solo a coloro che in vita abbiano posto in essere dei comportamenti meritevoli, come una ricompensa. Le forme di felicità previste poi sono molto molteplici e alcune possono essere ridotte a un godimento grossolano dei beni di cui possiamo godere nella vita terrena, senza alcuna accezione di spiritualità. Rimane però chiaro che la visione simbolica di un luogo di perfezione sia peculiare in quasi tutte le religioni. Diverse concezioni di Paradiso vengono documentato da tante popolazioni, alcune perfino primitive, al punto che non è facile distinguerle dagli apporti delle religioni rivelate che si sono prodotte in seguito.

Per gli antichi Egizi poteva accedere colui che era giustificato dal tribunale degli Dei, a vivere una vita abbastanza simile a quella terrena, fatta solo di cose piacevoli. Non esiste però una rappresentazione plastica del Paradiso come luogo reale. Verso la XI dinastia si inizi a parlare di Campo delle Offerte, una sorta di doppione dell’attuale regno egizio, fatto solo di piaceri come una servitù e delle concubine. Lo sviluppo della religione legata al culto del Dio Sole individuò nel Paradiso il luogo in cui si poteva vivere insieme agli Dei, in un luogo ultraterreno. Nei Sumeri non esiste il Paradiso, invece c’è nella religione degli assiro-babilonesi, nella quale è quel luogo di perfezione riservato a pochi mortali, insieme agli dei. La religione ebraica non consente di parlare di paradiso, almeno all’inizio, poi si introduce il tema della sopravvivenza dei giusti, ma sempre rifiutando apertamente l’idea di Paradiso. I giusti una volta morti vanno a state con gli altri giusti, approvati dal Dio, ma non insieme a lui. Nella Grecia antica sono note le definizioni di Campi Elisi: questa destinazione era riservata dapprima agli Eroi, poi fu allargata ai puri e agli iniziati ai culti misterici. Nella religione romana non c’è nulla di originale, se non quanto ripreso dalla religione greca (anche se c’è un’Aldilà, come sappiamo).

Nella religione dei popoli germanici è presenta una specie di paradiso nel Walhalla, ma le poche fonti non ci consentono di individuare un substrato originario, non influenzato dal cristianesimo. La tradizione celtica aveva accolto la nozione della differenza tra il bene e male, collegando all’esistenza di una regione al di là del mare, dove riposassero i morti. Non proprio un Paradiso, ma un punto in cui si poteva continuare a vivere. Nell’India antica invece il concetto della trasmigrazione delle anime prevede che ci sia un raggiungimento del Nirvana, inteso come ripristino dell’armonia universale, mentre nella religione islamica, di cui sempre sentiamo parlare forse a livello volgare, si parla esplicitamente di paradiso per i giusti. Il libro sacro dell’Islam aggiunge diversi particolari circa le meraviglie della condizione ultraterrena, rappresentando l’Eden come un luogo di perfezione, dove ci sono bellissime vergini amanti soprannaturali, che attendono sempre colui che lo merita.

Un cantautore e poeta come Fabrizio De André disse una volta che la Sardegna era il posto più simile Paradiso terrestre che potesse immaginare.