Il segreto del successo de Il Trono di Spade

La serie più discussa di questo periodo è sicuramente Il Trono di Spade, tratto dai romanzi fantasy Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin (in Italia editi da Mondadori). L’attesa per la quinta stagione era stata tanta per via degli ultimi convulsi episodi della precedente, almeno come la quarta era stata attesa dopo gli ultimi due della terza. Capita sempre così con un buon prodotto che rasenta la qualità del miglior cinema di Hollywood.

Perché Game of Thrones ha tanto successo?

Ma qual è il segreto di così tanto successo, praticamente in tutto il mondo? Un buon serial per funzionare innanzitutto deve avere una trama convincente e dei personaggi interessanti. Dopo poche puntate de Il Trono di Spade quasi ci si dimentica di avere a che fare con un universo alternativo. Il merito è senz’altro della sceneggiatura e dei personaggi credibili e dell’ambientazione resa coerente. Il punto di forza di Game of Thrones è che dietro, in qualità di produttore esecutivo, c’è lo stesso autore dei libri, niente affatto nuovo al lavoro nelle serie tv. Conoscendo meglio di chiunque altro il soggetto Martin ha sicuramente dato delle indicazioni proficue per far rendere le scene credibili anche a chi non ama particolarmente la fantasy. I personaggi sono costruiti a tutto tondo: cioè non sono mai banali. Se avete letto qualche romanzo di Stephen King sapete qual è il suo maggior difetto, e cioè che pur costruendo dei personaggi in modo certosino, rendendoli vivi e credibili, l’autore americano spesso li divide nettamente nella squadra del bene o del male. Mancano le contraddizioni tipiche dell’uomo, che non è affatto tutto nero o tutto bianco, anzi spesso è grigio, spinto da pulsioni, turbamenti, emozioni, preoccupazioni, ambizioni, desideri. Nel Trono di Spade tutto questo c’è: i personaggi non sono morbidi, non sono schierati, spesso sono individualisti che ambiscono alla gloria personale, alla vendetta o semplicemente alla soddisfazione di un desiderio sessuale.

Coerenza e credibilità da autori e interpreti

Ovviamente per rendere ulteriormente credibile una regina che se ne va in giro con dei cuccioli di drago, non basta la penna, serve anche la visualizzazione, cioè la capacità di mettere sullo schermo questi personaggi e le loro interazioni. Il mondo di Westeros è minuziosamente descritto proprio come fa l’autore, ma usando la potenza e il budget di una produzione ad alto livello tipica della HBO. Gli effetti speciali, soprattutto l’uso del CGI, non sostituiscono la trama, non diventano uno scopo, ma al massimo un mezzo usato con cautela per perfezionare la sceneggiatura, darle ancora più realismo, tanto che la sospensione dell’incredulità non si realizza per effetto di essi, ma per la naturalezza dei personaggi che appaiono muoversi secondo uno scopo ben preciso, non forzato, dentro una scacchiera sorvegliata a vista da un grande giocatore. Qui la produzione eccelle non solo nel dettaglio, ma anche nell’arte cinematografica vera e propria: ci sono inquadrature e singole scene che da sole rendono anche disincagliate dallo stretto ordito della trama. I registi e gli autori approfittano dei paesaggi per incorporarli nell’umore del racconto, proprio come ha fatto Martin, che ha utilizzato elementi di natura medievale e di storia antica, di riti pagani e di leggende, per puntellare le architravi del suo racconto. La barriera che separa il mondo civile dal barbaro nord, abitato dai misteriosi discendenti dei primi uomini (i bruti) e da esseri mostruosi, ricorda molto il Vallo Adriano che l’imperatore fece erigere per tagliare fuori le popolazioni ostili della Gran Bretagna (i Piti, nella Scozia, chiamati così perché si dipingevano il volto).

In definitiva il successo de Il Trono di Spade dipende dall’alta qualità messa in campo, dal realismo indotto in un universo fantastico che da solo non si reggerebbe, nella coerenza dei personaggi con i quali ci si immedesima facilmente, dividendone le sorti e sposandone le aspirazioni. Una complessità così tremendamente umana, che sentiamo nostra anche se non ci appartiene.