Come guadagnano i musicisti oggi

Prima dell’avvento di Internet il mondo dell’industria della musica era uno dei più fertili. I diritti di autore, di distribuzione e di licenza delle opere musicali andavano a gonfie vele. La tecnologia del CD si stava sempre perfezionando, consentendo un ascolto sempre più di qualità. Uno dei gadget più ambiti fino a metà degli anni ’90 era un impianto stereo hi-fi, perfetto per ascoltare i brani perfetti. Ma Internet ha letteralmente cambiato ogni cosa: l’arrivo di Napster soprattutto ha reso chiaro a tutti, che con le nuove tecnologia si potevano scambiare dei file compressi (mp3) in modo relativamente veloce, che è diventato immediato con l’arrivo della banda larga.

La vera rivoluzione c’è stata con iTunes inventato da Steve Jobs nel 2000 sulla base di un precedente progetto assorbito dalla Apple sul finire del secolo scorso. L’intuizione di Jobs era netta: se si poteva scaricare musica gratis (come aveva dimostrato il caso Metallica vs Napster) allora bisognava trovare un modo di far scaricare musica dal web, magari a costi competitivi. Oggi basta andare su iTunes e rendersi conto che i prezzi sono molto diversi e soprattutto sono cambiate le modalità di fruizione della musica. Rihanna ha impiegato meno di 10 anni per vendere lo stesso numero di copie degli U2, con la differenza che questi per buona parte hanno venduto musica su supporti fisici (a un costo più elevato e meno immediato).

Col tempo sono nati i primi servizi di streaming. Oggi con Pandora, Spotify, Apple Music e YouTube è possibile ascoltare musica o vedere video in modo praticamente gratuito, in cambio della pubblicità presente tra una playlist e l’altra. Ma se la musica viene distribuita in modo gratuito e a costi molto più bassi che in passato, come fanno a guadagnare gli artisti?

Va detto che l’industria della musica si è assottigliata. Nomi di società leggendari come EMI, che detengono il catalogo dei due gruppi al top delle vendite degli album, Beatles e Pink Floyd, sono praticamente scomparsi, assorbiti da altre etichette. Gli impiegati nel ramo sono calati bruscamente, sono finiti i tempi dei benefit e delle vacche grasse, anche per marchi come BMG, Sony, Geffen. Chiunque sia stato a un concerto live negli ultimi 10 anni può aver notato quanto sensibilmente siano aumentati i costi dei biglietti. Il fatto è che comunque le royalties vengono distribuite: quando ascoltate musica su Spotify, in un bar, in discoteca, o semplicemente su YouTube, attraverso i canali ufficiali insomma, qualcuno sta versando dei soldi a qualcun altro, attraverso il meccanismo delle royalties, che in Italia vengono quantificate nel “famigerato” assegno SIAE. Le società che gestiscono i diritti d’autore a fine anno compilano i dati raccolti e ridistribuiscono i soldi, questo perché esse stesse li ricevono da chi distribuisce la musica. Quando YouTube o Vevo mandano in streaming un video, alla base c’è un accordo con l’artista basato o sul numero di visualizzazioni oppure sulla percentuale dei ricavi pubblicitari. Certamente, il mercato del download illegale toglie fette importanti di ricavi, ma tutti gli esperti concordano con il fatto che iTunes, per quanto contestato, sia servito a salvare la musica dal disastro più completo.