Cesaricidio, è stato tutto spiegato?

Erano le 11 di mattina del 15 marzo del 44 a. C., quando Giulio Cesare fu colpito a morte da un gruppo abbastanza folto di senatori. Oggi questo posto, anticamente detto la Curia di Pompeo (il suo grande avversario), corrisponde a Largo di Torre Argentina, dell’antico edificio rimane solo un basamento di tufo.

Il motivo per cui Giulio Cesare fu ucciso non è solo uno, non dipende solo dall’eccezionale potere politico e militare che aveva riunito nelle sue mani. Dietro ci furono rimpianti, invidie, gelosie, bassi e alti ideali, tipici di un momento ricco di avvenimenti come quello. Giulio Cesare vincendo aveva posto le basi per una grande rivoluzione economica e politica. La sua vittoria significava che le vecchie classi dominanti dovevano lasciare spazio a nuove forze: popolari, politiche ed economiche. Cesare non si era appoggiato alla nobiltà che corrispondeva alle forze oligarchie, i proprietari terrieri, ricchi di possedimenti e capi di bestiame, che da secoli esercitavano un dominio che si allargava man mano che Roma entrava in possesso di nuove terre. Cesare rappresentava il potere democratico, del popolo, anche in una visione populista se vogliamo, ma molto moderna. Per ottenere ciò aveva dovuto lottare con le forze più conservatrici e per raggiungere lo scopo non aveva esitato a utilizzare l’esercito per conquistare un potere personale estremamente vasto.

Quando sconfisse Pompeo, che si era messo a capo del Senato, nonostante fosse stato suo alleato e avesse perseguito una politica di rottura simile a quella di Cesare (che gli diede in moglie la figlia, in virtù dell’amicizia) egli si ritrovò capo assoluto di un vasto impero, accresciuto da nuove conquiste, disarmato dopo una serie di battaglie epocali, vinte col solito coraggio e ardore.

Cesare iniziò un vasto programma di riforme volto a riordinare non solo il sistema istituzionale, ma anche e soprattutto economico: rivedere la politica fondiaria, la politica dei debiti, quella monetaria, quella sulle proprietà. I cesaricidi hanno sempre sostenuto di aver attuato un regicidio, e quindi, in virtù delle correnti filosofiche in voga in quel tempo, l’assassinio del tiranno era perfettamente legale. Tanto che subito dopo la morte i congiurati, guidati da Bruto e Cassio e con l’appoggio decisivo di Cicerone, tentarono di ottenere un salvacondotto basato su questo assunto.

Il motivo della morte di Cesare quindi può essere ascritto a questa ideologia antimonarchica che in Roma era assai forte e costituiva un cardine dell’impalcatura costituzionale. Tuttavia va detto che Cesare stava lottando contro dei privilegi acquisiti nei secoli. Egli con maggior forza, e da una posizione di più forte dominio, stava riuscendo a fare quello che non aveva compiuto un suo grande predecessore: Caio Gracco. Cesare infatti può essere ascritto al partito graccano, di cui anche lo zio Mario faceva parte. Un partito popolare, di sinistra, attento alle esigenze del popolo, ma facilmente manovrabile attraverso i comandi personali. Silla diede la prima risposta politica, basata sulla conservazione dei privilegi innanzitutto politici ed economici. Invece Cesare tra i primi provvedimenti prese – per esempio – la decisione di allargare il numero dei senatori, diluendo il potere della nobiltà. Nella morte tragica ed efferata c’era sicuramente un ideale politico, soprattutto in Bruto, un filosofo retto e ammirevole; tuttavia, essi furono spinti e appoggiati dalla vecchia classe dominante, restia a concedere vantaggi e cedere le sue fette molto grandi di torta.